Impoverimento linguistico e abuso di anglicismi: la lingua italiana sta morendo? 
Impoverimento linguistico e abuso di anglicismi: la lingua italiana sta morendo? 

Impoverimento linguistico e abuso di anglicismi: la lingua italiana sta morendo? 

Povertà linguistica e fragilità intellettiva sono strettamente legate, poiché alla riduzione dei vocaboli, alla scomparsa dei tempi verbali (congiuntivo, participio passato) corrisponde una diminuzione della nostra intelligenza. L’impoverimento linguistico si riscontra soprattutto nei giovanissimi e in molti narratori moderni.

Ma è la ricchezza semantica che ci permette di esprimere con precisione le nostre emozioni, le nostre sensazioni, i nostri pensieri. Quando i vocaboli si riducono, scompaiono anche i concetti astratti equivalenti. Il risultato? Un impoverimento emotivo e concettuale oltre che linguistico. All’incapacità di articolare pensieri complessi si accompagna una banalizzazione delle emozioni.

Ci sono molteplici sfumature dietro l’espressione “sto bene”; lo stare bene può significare gioia, allegria, contentezza, soddisfazione, letizia, esultanza, giubilo, così come “lo stare male” racchiude tanti sentimenti diversi come la tristezza, la malinconia, l’angoscia, la nostalgia. Questo “analfabetismo emotivo” è sempre più diffuso e purtroppo si associa a una crescente vulnerabilità sociale. «Più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare. I regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole. Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. E non c’è pensiero senza parole.»

Per il professor Gian Luigi Beccaria (L’italiano che resta, #Einaudi) è il “disamoramento” dei ragazzi alle poesie e ai testi letterari ad aver impoverito il linguaggio. Dobbiamo cioè insegnare alle nuove generazioni che le parole sono potere. Se il cibo è il nutrimento del corpo, la letteratura è il nutrimento della psiche. C’è poi il problema “anglicismi”. In altri paesi (Spagna, Francia) il numero di anglicismi è notevolmente ridotto rispetto all’Italia. Gli italiani hanno un complesso d’inferiorità e di sudditanza psicologica nei confronti degli Stati Uniti, per questo assorbono e immettono nella loro lingua un numero sproporzionato di anglicismi, anche quando l’equivalente italiano suona meglio. 

Non vi è alcuna necessità di usare la parola “cashback” per “rimborso”, “recovery plan” per “piano di ripresa”, “green economy” per “economia verde”, o “droplet” per “gocciolina”», afferma il professor Jeffrey Earp, «La mia impressione è che talvolta gli italiani usino l’inglese più per mostrarsi colti o “moderni” o “internazionali” che per comunicare nella maniera più chiara possibile. Bisognerebbe invece cercare di comunicare con assoluta chiarezza, minimizzando il rischio di generare confusione nell’interlocutore».

Tutte le lingue sono soggette a cambiamenti e si evolvono nel corso dei secoli, anche grazie all’apporto di forestierismi. Nel XIX secolo andava di moda tra le classi colte usare “francesismi”. E tantissime parole che oggi usiamo e diamo per scontato siano italiane, hanno in realtà un’origine straniera. Ad esempio la parola bistecca deriva dall’inglese beef-steak, costola di bue. Detto questo c’è differenza tra l’immettere un uso equilibrato di parole straniere, che arricchiscono anche la nostra lingua, a ciò che invece sta accadendo oggi.  

Voler tradurre forzatamente parole entrate ormai nel nostro patrimonio linguistico come bar, film, sport, make up, computer, mouse sarebbe una forzatura, ma del resto usare parole come recovery found, dropless, anti age, cashless, solo per citarne alcuni termini che potrebbero essere benissimo essere tradotti in italiano e che generano in chi non è pratico con l’inglese tanti fraintendimenti, non è egualmente una forzatura? 

Rinunciando al nostro patrimonio linguistico, stiamo rinunciando anche alla nostra identità: assorbiamo ed emuliamo tutto ciò che è americano, (alcuni scrittori usano un cognome straniero, per accattivarsi il favore del pubblico, che è più incline a leggere autori stranieri e non gli italiani) ma così facendo, invece di preservare la nostra originalità, ci limitiamo a diventare la brutta copia di un’altra cultura. “Rousseau diceva che l’italiano è una lingua molto adatta alla musica, molto più del francese. John Keats sperava che l’italiano sostituisse il francese nel sistema scolastico inglese perché la trovava una lingua più bella e più musicale. Nelle Confessioni del Cavaliere Felix Krull di Thomas Mann, il protagonista dice che l’italiano è la lingua parlata dagli angeli in cielo, perché non può immaginare che essi parlino una lingua meno bella.” (Annalisa Andreoni, Ama l’italiano.)

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